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Perchè lo Sneffels? Presentazione del C.P.S. del 18 maggio 2013

Il Circolo Psicoanalitico Sneffels è una associazione culturale che ha come motore, come energia trainante la psicoanalisi nei suoi risvolti più variegati, avendo come autore privilegiato di riferimento Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, che aprì il sentiero di quella branca della psicoanalisi conosciuta come Psicologia Analitica, così chiamata per distinguerla dalla psicoanalisi fondata da Sigmund Freud. Giusto, però, per non tradire un modo di pensare proprio di Jung, il Circolo Psicoanalitico Sneffels non è, né vuole essere, fideisticamente junghiano, anche perché lo stesso Jung si permetteva di dire “Grazie al cielo sono Jung e non sono junghiano”, e questo la dice lunga soprattutto sulla sua refrattarietà alle adesioni totali a chicchessia.

Il Circolo Psicoanalitico Sneffels si propone come luogo fisico e psichico in cui ci si possa ritrovare per condividere curiosità, emozioni, desideri, dubbi, ecc., senza la necessità di “portare” con sé competenze specifiche o “titoli” speciali, secondo quella che Jung chiamava sincronicità, che è quanto di più lontano ci possa essere da una certa cultura scientifica occidentale, che vede nel causalismo la spiegazione degli avvenimenti e della loro successione e concatenazione logica.

Nel Circolo si parla d’anima ma, ancor più oltre, nel Circolo ci si “nutre” d’anima e si “fa” anima, nel senso che negli “Incontri con l’anima” diamo e daremo spazio alla “libertà del sentire”, a cui il nostro inconscio ci conduce, spesso sorprendendoci per le modalità con cui manifesta la propria essenza.

Si farà psicoanalisi, nel senso che, insieme alla psicoterapia individuale, di coppia e di gruppo, ci saranno incontri seminariali in cui si affronteranno tematiche come “l’individuazione”, “il sogno”, “il Sé”, “l’inconscio collettivo”, ecc., privilegiando il punto di vista della Psicologia Analitica Junghiana; questi e altri temi, però, saranno affrontati con percorsi meno ortodossi e più trasversali: tramite la visione di film, attraverso la pratica di discipline orientali, unita ed armonizzata ad una riflessione sulle immagini che tali discipline evocano e le sensazioni corporee provate (gli “Incontri con l’Anima”), tramite l’analisi del profondo, in cui gli allievi saranno accompagnati a sentire la propria anima e l’anima del gruppo, lasciando che l’approccio psicoanalitico, di derivazione occidentale, incontri e si fonda armonicamente e sintonicamente con le filosofie orientali; infine, durante l’anno ospiteremo interventi da parte di personalità italiane e straniere esperte nelle “terapie d’anima”, che ci porteranno e condivideranno con noi le loro strade e le loro sapienze, recuperando l’antica visione che discende dai padri della cultura occidentale, i Greci e gli Ebrei, secondo i quali il fine della vita era la perfezione dell’uomo, mentre oggi ci troviamo ad inseguiree perseguire la perfezione delle cose.

Uno dei dilemmi che, sovente, sostanziano e permeano la materia psicoanalisi è chiedersi: “Ma a cosa mi serve”?, che tradotto in altri termini spesso si risolve nel quesito: “la psicoanalisi guarisce, o è soltanto una disciplina riservata a chi ha qualche “prurito” pseudo-intellettuale e che ha soldi utili a sostenere questi capricci vagamente èlitari”?

Quando e, soprattutto, perché avvicinarsi alla psicoanalisi? Tali – legittimi – quesiti evocano le ambiguità che ci circondano e contro le quali spesso ci scontriamo, alle conflittualità sociali ma anche a quelle interiori, alle complessità e alle contraddizioni dell’ambiente in cui viviamo e che rischiano di farci sentire terribilmente isolati. Jung sosteneva che quello che angustia maggiormente chi vive una difficoltà o una sofferenza psicologica è la paura dell’isolamento e della incomunicabilità dei propri vissuti. Se la persona, però, scopre che la sua sofferenza, la sua crisi non sono soltanto sue, ma riguardano anche altri, riguardano l’umanità intera e un’intera epoca, il suo dolore, allora, non è più soltanto il “”suo” dolore, la “sua” colpa ma, per usare un’altra espressione di Jung, “l’individuo si solleva al di sopra di se stesso e si collega all’umanità”.

In simili casi, però, occorre evitare il rischio di cadere nella tentazione “comoda” della suggestione letteraria o nella immagine letteraria che, per quanto potente questa immagine sia, rischia di rimanere relegata ad un gioco di rimandi più o meno intellettuali che poco hanno a che fare con la quotidianità che è fatta di necessità materiali, di sopravvivenze economiche, psichiche o fisiche.

La nostra esistenza psichica più intima, però, è strutturata e popolata da immagini; ancora Jung diceva che “l’inconscio si esprime per immagini”. Alcune di queste immagini sono esclusivamente nostre, altre sono comuni a tutta l’umanità di tutte le epoche. Queste sono le cosiddette “immagini primordiali”, che altro non sono che sinonimi di archetipi, che sono immagini universali, presenti nell’uomo da tempi immemori: la madre, il cerchio, la morte, il vecchio, il dio, ecc.

Un’esigenza vitale dell’uomo è di sentire di far parte di una società spiritualmente solidale e non – più o meno – inconsapevolmente ostile, vuoi per egoismo o per paura; l’anonimato sociale in cui i ritmi vertiginosi ci hanno ricacciato, e la cui conseguenza si riverbera anche su una sorta di anonimato personale e intimo, non può essere affrontato con gli strumenti che la tecnologia ci propina in modo frenetico e parossistico.

Le forme di anestesia a cui l’uomo è esposto – a cui si “è” esposto – si sovrappongono con una coerenza drammatica alle scoperte o alle invenzioni dell’epoca in cui si vive. La visione di una miriade di persone impegnate in pseudo-comunicazioni telefoniche o via computer, pur essendo divenuta consueta, è uno spettacolo spiazzante e straniante. Lo scopo del mezzo di comunicazione è, o almeno dovrebbe essere, quello di consentire a due soggetti lontani di ridurre la loro distanza psichica al punto di consentire loro di entrare in contatto reciproco, così da scambiare dati, notizie e, perché no, anche emozioni; l’effetto paradossale di questi strumenti, però – e soprattutto dell’uso che se ne fa – è quello di porre un diaframma tra le due persone, che sentono apparentemente protetta la propria incolumità da qualunque incursione intima. La relazione tra due persone è fatta, invece, di vibrazioni, di consolazione, di fisicità, e, perché no, anche di silenzi.

Le forme di comunicazione, così, sono ridotte ad azioni essenziali e mentali che “sterilizzano” la fisicità dell’azione stessa; una modalità di “comunicazione” abbondantemente sfruttata dalle grandi aziende, per ovvi motivi economici, è la web conference: in essa, per applaudire all’intervento di qualcuno si pigia un tasto, per ridere alla battuta di un altro si pigia un altro tasto. Questa è una vera violenza: l’applauso è un gesto liberatorio nella sua muscolarità, nella sua sonorità; la risata è un’azione infinitamente complessa e anch’essa liberatoria. Un esempio cinematografico, emblematico nella sua forza visuale, lo ritroviamo nel film di Charlie Chaplin del 1957, “Un re a New York”, in cui il protagonista accetta di farsi la plastica facciale; durante uno spettacolo comico a cui assiste, e dopo molta “resistenza” da parte sua, gli “esplodono” letteralmente i punti di sutura sul viso, liberando il viso in una meravigliosa risata liberatoria.

Relativamente ai mezzi di comunicazione contemporanei, a parte la monodimensionalità e l’orizzontalità con cui questi strumenti permettono di comunicare, ma che nascondono il maldestro tentativo di attribuire sostanza a qualcosa che è volutamente vuoto e asettico, tali mezzi ci raccontano di una strisciante agorafobia che permea la società tecnologica contemporanea.

Ecco perché sospettiamo che sia lo Sneffels ad essersi appropriato del Circolo, più che il contrario, fino a “costringercia battezzare il Circolo con il suo nome, di cui, molto brevemente, ne descriviamo l’origine: lo scrittore francese Jules Verne, nel romanzo del 1864 “Viaggio al centro della Terra”, ha descritto il viaggio di tre uomini che, dopo avere rinvenuto un antico, misterioso e criptico scritto di un alchimista del XVI secolo, ne avrebbero seguito le indicazioni per giungere al Centro della Terra, al quale arrivare attraverso il camino del vulcano islandese Sneffels. Da un punto di vista narrativo, i protagonisti del romanzo cercano il centro della Terra; da un punto di vista analitico, essi cercano il “proprio” Centro del quale, come per il nucleo fuso del nostro Pianeta, non esistono prove dirette che ne suffraghino l’esistenza, ma di cui abbiamo effetti indiretti: per quanto riguarda la Terra ce ne accorgiamo dai vulcani, dai terremoti, dal “respiro” stesso della Terra; analogamente, dell’inconscio ne avvertiamo l’esistenza attraverso il sogno, i lapsus, le fiabe, le fantasie, a volte da alcune manifestazioni psicosomatiche. È chiaro che quello narrato da Verne ha tutti i crismi di un viaggio iniziatico: i tre esploratori, infatti, decidono di abbandonare la tranquilla, familiare e orizzontale superficie del Pianeta per penetrare in verticale in regioni inesplorate, sconosciute, così da giungere al nucleo della Terra ma, probabilmente, al di là del viaggio fisico, il loro è un viaggio dell’anima il quale, una volta concluso, li vedrà intimamente trasformati e forse con una maggiore consapevolezza della propria identità e del proprio senso dell’Essere.

Riprendendo il tema dell’isolamento e della solitudine, invece, nel romanzo di Isaac Asimov “Il sole nudo”, del 1957, emerge prepotentemente il tema dell’isolamento, nonché la paura del contatto tra le persone. In questo racconto gli individui vivono isolati in cellule abitative, interconnesse tramite ologrammi. Perfino i rapporti intimi sono regolamentati in modo da garantire la stabilità numerica della popolazione e nessuno si sognerebbe mai di guardare “dal vivo” il Sole, da cui il Sole nudo!

Questa è la manifestazione moderna della agorafobia, che trae il proprio etimo dalla paura degli spazi aperti, dalla paura del “Sole nudo”, ma ad essa si associa anche il terrore di non avere a portata di mano l’oggetto tecnologico che ci pseudo-connette, ma più in generale il proprio oggetto salvifico, che diventa un feticcio al quale legarsi in modo morboso, perché la paura incombente è che senza di esso moriremmo oppure ci sentiremmo annullati. Eccoci allora tutti dotati di protesi elettroniche, vettori irrinunciabili o oggetti transazionali che ci conducono idealmente, o illusoriamente verso l’Altro, un Altro che non ha, però, alcuna consistenza reale, ma è solo un “riassunto digitale”, rassicurante non per ciò che rappresenta o che condivide in quell’istante con noi, ma semplicemente perché è “connesso”.

La parola “nessoha un’origine molto interessante: l’etimo che più prossimo è dal latino nexus, che vuol dire “legare insieme”, ma un termine con una assonanza prossima lo troviamo anche nell’antico scandinavo nista, che vuol dire “attaccare” o “fermare”, oppure nell’antico irlandese nasc, che vuol dire “anello”, mentre nel sanscrito troviamo la parola nah-yati, che vuol dire “legare”.

Dalla mitologia greca ci giunge il Centauro Nesso, figlio di Issione e di Nefele, traghettatore del fiume Eveno. Quando Eracle si presentò al Centauro per passare il fiume insieme a sua moglie Deianira, Nesso si rifiutò di traghettarli insieme, dicendo che avrebbe potuto trasportarli uno alla volta. Egli, quando fu solo con Deianira, tentò di violentarla, ma Eracle, attirato dalle urla della moglie, scagliò contro Nesso una freccia, secondo il racconto da mezzo miglio di distanza, colpendolo al cuore e ferendolo a morte. Nesso, prima di spirare, confidò a Deianira che se avesse intriso una veste con il seme da egli emesso durante il tentativo di violenza, con il sangue della sua ferita e, secondo una versione del mito, con dell’olio d’oliva, lei avrebbe ottenuto l’amore eterno di Eracle, se gli avesse fatto indossare la veste così intrisa a sua insaputa.

Questo, però. era un ultimo, sadico raggiro di Nesso, il quale sapeva che la freccia con cui Eracle lo aveva colpito a morte era contaminata da un veleno: con quella freccia, infatti, Eracle, con la sua seconda fatica, aveva ucciso l’Idra di Lerna, un mostro dalle nove teste, il cui sangue è sommamente velenoso. Quando Eracle, ignaro, dopo un po’ di tempo indossò la veste intrisa del sangue e di tutto il resto, il veleno contenuto si sciolse per il calore del corpo e corrose la pelle di Eracle che, per la grande sofferenza e per l’idea del tradimento della innocente Deianira, si lasciò bruciare su di una pira, raggiungendo così l’immortalità. La povera Deianira, invece, decise di uccidersi per aver cagionato l’orribile morte di Eracle impiccandosi o, secondo altre versioni, trapassandosi con una spada sul letto coniugale.

Perché parliamo di Nesso? Forse perché occorre diffidare dei falsi nessi, che rischiano di condurci verso direzioni errate che possono allontanarci dalla nostra mèta oppure, ancor peggio, possono condurci verso il pericolo o ancora verso lo smarrimento.

Cosa rappresenta lo Sneffels, allora? Forse è la via per inoltrarsi in territori sconosciuti che possono essere pericolosi e che, per quanto fino ad un certo punto della nostra vita evitiamo di percorrerli, essi sono lì, sotto i nostri piedi. La discesa nello Sneffels, allora, non è più soltanto un gioco speculativo, ma diventa una necessità psichica, una “ineluttabilità gravitazionale” alla quale, giunti ad un certo punto della nostra esistenza, dobbiamo dolcemente cedere, per non correre il rischio dell’anomia, delle vertigini, dell’isolamento o, più semplicemente, per vivere una vita piena, di cui essere protagonisti e consapevoli.

Di certo non è semplice, in un periodo fosco come quello attuale, affrontare certi argomenti senza cadere o scadere nella didascalia, nella leziosità o nell’errato senso che spesso oggi viene dato alla parola filosofia. Parlare di filosofia, “essere filosofi”, invece, significa praticare la vita in modo attivo, pieno e socialmente responsabile. Per chi fa psicoterapia, invece, è abbastanza ricorrente incontrare persone che, per difficoltà vitali via via sempre più insopportabili o perché, ad un certo punto, avvertono la impossibilità a tirarsi fuori da soli da stati d’animo melmosi, tristi, disperati e disperanti, decidono di affrontare l’”estraneo” che, in più, non usa neanche una pillola!

Alcuni pazienti, molto onestamente, mettono le mani avanti e, sentito per sommi capi il senso dell’analisi, dicono che, però, vogliono affrontare “quel” problema, “quel” disagio, ma non vogliono spingersi oltre, per non smuovere troppa acqua o per non rompere equilibri tutto sommato apparentemente accettabili: “dottore, mi levi la depressione e basta”, “mi faccia capire mia figlia che non la capisco più” – il cui sottotitolo è probabilmente: “io non voglio capire me, che cosa c’entro io?, il problema è suo”, e così via.

L’argomento è serio, molto serio, e va rispettato fino in fondo; se la persona non vuole, non si sente pronta a mettersi in gioco, è stupido e immorale giocare con la vita degli altri. Ben altro atteggiamento è accogliere la naturale diffidenza, che ha una legittima ragione d’essere e che, con il massimo tatto e la massima empatia, va rispettata e, se possibile, decodificata in favore del paziente. Vorrei dire, utilizzando una parola che talvolta ci vergogniamo a pronunciare, o di cui ci imbarazziamo se qualcuno la indirizza a noi, che il paziente, il prossimo, va accolto con Amore.

I pazienti, e in genere le persone che incontriamo, cercano di dar senso a ciò che accade loro e intorno a loro, e per far questo vogliono legittimamente conoscere i rischi connessi alla pratica della psicoterapia e ancor di più della psicoanalisi. Ciò che il terapeuta deve garantire a chi chiede aiuto è la sicurezza di far sentire al paziente di avere accanto a sé una persona che, per proprio conto, ha accettato e continua ad accettare il confronto con la propria Ombra e con i propri Fantasmi, oltre che con le Ombre e i Fantasmi degli altri; ciò, insieme alle competenze specifiche, e all’amore spontaneo, non ipocrita, di cui parlavo prima, rende l’analista un alleato che si è “sporcato” dei propri escrementi, consapevole innanzitutto che sono i propri, e che non glieli ha rifilati nessuno! E quelli non fanno più paura, perché li riconosciamo!

Questa è la sfida della psicoanalisi e del Circolo Psicoanalitico Sneffels: avvicinare, chi vuole, ad un contatto più intimo con l’essere centrale e più importante della nostra vita: noi stessi, secondo la propria indole, le proprie aspettative, i propri desideri, le proprie emozioni, e anche le proprie riserve e le proprie paure.

L’incontro tra il paziente e il terapeuta è come una contesa in cui l’apparente equilibrio tra i due viene spezzato dalla domanda che il paziente pone; la dinamica che si instaura è simile alla contesa dello judo; la parola judo è composta dall’ideogramma JU, che può essere tradotto con “morbido”; l’ideogramma “DO” raffigura l’allievo accompagnato dal maestro, ma che viene tradotto filosoficamente come “sentiero” o come “via di miglioramento”. Lo judo, quindi, esprime la “via della dolcezza”. L’allievo, il paziente, rivolge la domanda, il “problema”, al terapeuta, al “maestro”, che aspetta l’”attacco”. Il terapeuta non si oppone a tale attacco, ma lo accoglie e lo asseconda, per condurlo alla logica conclusione e liberarlo da quella che è, molto probabilmente, una falsa premessa sociale, che rischia di allontanare la persona dal proprio Sé.

Ciò che avviluppa l’uomo sono, sovente, le norme e le richieste sociali che spesso confliggono con i sentimenti individuali. Compito dello psicoterapeuta è quello di permettere la riconciliazione tra i dettami che arrivano dalla società e la ricerca della individuazione, salvaguardando l’integrità della persona. Il terapeuta avveduto aiuta la persona, quando il lavoro è individuale, o le persone, quando si lavora in gruppo, ad essere sé stesso con le proprie forze, senza entrare necessariamente in contrapposizione con il contesto sociale, culturale, ecc., di riferimento. In termini buddhisti diremmo che l’individuo si impegna ad essere nel mondo ma non del mondo.

Una storiella giapponese parla di un contadino che, tutto solo, coltivava il suo campo sulla collina sovrastante il villaggio in cui viveva; ad un tratto, guardando il mare all’orizzonte, si accorse che una enorme onda di tsunami si avvicinava velocemente al villaggio. Il contadino è sconvolto da quello che sta per succedere; senza perdere tempo, fa qualcosa di apparentemente assurdo e apparentemente antisociale: dà fuoco a tutti i campi vicini al suo. Gli altri contadini si precipitano dal villaggio per salvare il proprio raccolto, ma soltanto a quel punto comprendono che, con quel gesto apparentemente criminoso, il contadino ha salvato loro la vita. Credo che il coraggio del liberarci dalle false premesse sociali sia proprio questo: avere il coraggio di “deragliare” da schemi preordinati, predeterminati, per conseguire il vero obiettivo, che per il contadino era salvare gli abitanti del villaggio, per noi è l’individuazione, per noi è il Sè.

Ciò che noi siamo è una combinazione unica tra il nostro organismo – il microcosmo – e l’universo in cui in quel momento siamo immersi – il macrocosmo. A tale idea la filosofia orientale è giunta molto prima di quella occidentale, secondo la quale vige il principio di causalità, che conduce ad un fatto grazie ad una concatenazione di azioni che si conseguono; per gli orientali, invece, noi siamo quel che siamo per quella “legge” della sincronicità studiata a lungo da Jung, e l’esempio classico di tale approccio di pensiero lo troviamo nell’I-King, detto “libro dei mutamenti”, che è un libro divinatorio in cui, utilizzando tre monete, si ottiene una combinazione di 64 frasi che, interpretate, danno risposta alle domande che il richiedente pone. Una domanda posta in questo istante otterrà una risposta che sarà di certo differente se la stessa domanda, pur se identica, la poniamo in un altro momento o in un altro luogo; questo sistema di pensiero si contrappone con il pensiero occidentale, scientifico, in cui l’esperimento, per assicurare la ripetitività del fatto, deve avvenire in condizioni controllate, quindi artificiali, che sono inesistenti in natura e nell’universo.

Ognuno di noi porta probabilmente in sé un proprio segno, un proprio simbolo dal quale iniziamo un cammino personale che ci conduce, più o meno consapevolmente, in territori inesplorati, ma che sono comunque i “nostri” territori: nel Circolo abbiamo identificato ed eletto lo Sneffels come “portale” per intraprendere il cammino e ricercare il “nostro” centro della Terra. Ricercare il proprio centro della Terra può assumere i connotati più occidentali di Edmund Hillary il quale, quando gli chiesero perché avesse deciso di sfidare, di violare la montagna più alta della Terra, l’Everest, rispose: “Perché è lì”, oppure, seguendo l’esempio degli sherpa nepalesi che, in modo molto orientale, si limitano ad avvicinarsi alla vetta, inviolabile perché dimora degli dei, e al dio si tende, non si cerca di emularlo.

Riporto, per concludere questo articolo di presentazione del Circolo, una frase che sento bella nella sua semplicità e che vorrei fosse un viatico al cammino del Circolo Psicoanalitico Sneffels; il bravo curatore è colui il quale fa divertire il paziente mentre la natura lo cura.

Circolo Psicoanalitico Sneffels

via Principe di Paternò n°35
(c/o Centro Alkimia)
90144 Palermo
C.F. 97285500829


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